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lunedì 12 aprile 2010




SPRAWL VS DENSIFICAZIONE



La densificazione può essere vista come una soluzione a problemi di natura sia urbanistica che architettonica. Purtroppo il problema dello sprawl o città diffusa
(http://it.wikipedia.org/wiki/Città_diffusa) in Veneto è particolarmente sentito e interessa l'area suburbana compresa tra Treviso, Vicenza, Venezia, e Padova. Questa macro area spesso viene paragonata all'espansione suburbana di Los Angeles. Infatti la zona suburbana di città come Los Angeles, Chicago, Atlanta, Washington ed altre si presenta come un tappeto di casette unifamiliari spesso standardizzate e ripetute ossessivamente.
Tralasciando le motivazioni antropo-culturali che innescano il meccanismo dell'edificazione a bassa densità, si possono delineare delle caratterizzazioni ben precise di "users" finali, i quali non solo sono convinti che questa tipologia di abitare sia sinonimo di benessere, ma non si rendono conto dell'insostenibilità ambientale di questa cementificazione selvaggia. Anche le classi sociali meno abbienti sono portate ad emulare il modello delle casette unifamiliari, e puntano a questo tipo di abitare.
Quindi la somma di casetta, spesso ad un piano con soffitta mansardata, più fazzoletto verde perimetrale diventa uno status simbol.
Le problematiche che derivano dalla città diffusa sono più che mai attuali e vanno aumentando pari passo con l'espansione di quest'ultima sul territorio. In particolare questa zona suburbana spesso definita come centro/senza centro non ha servizi, dunque chi ci abita è costretto a muoversi in macchina. Lo schema base di questa tipologia di urbanizzazione prevede l'espansione incontrollata della zona residenziale e la concentrazione dei servizi in grandi centri commerciali polifunzionali. Questi centri  raggiungibili con mezzi motorizzati e muniti di una vastissima area-parcheggio, sostituiscono la piazza. A questo punto si può capire come la zona pubblica, che  dovrebbe avere valenza sociale, in questo modo prenda valenza commerciale.
Aumentano così da una parte l'inquinamento e dall'altra il malessere diffuso dovuto a uno stress psicologico creato dal traffico e da una vita frenetica basata sul consumismo.
Ciò in America  ha determinato un sostanziale incremento di patologie legate a questo stile di vita tra cui l'obesità in tutte le fasce d'età.(http://www.youtube.com/watch?v=Z99FHvVt1G4)
Questo modello di espansione che si basa sull'ingurgitare territorio e vomitare inquinamento può essere metaforicamente definito "bulimia urbana" e come tale rappresenta una malattia che agisce in primo luogo sulla psiche. Infatti questa idea di indipendenza da vincoli condominiali resa possibile dalla casetta unifamiliare non è altro che la risultante di una serie di congetture progettuali per dare l'idea di non vivere in città.
Basta dare un occhio a una qualsiasi zona rurale per rendersi conto di cosa voglia dire non vivere in città. Qui anche le pratiche rispecchiano lo stile di vita, a stretto contatto col territorio (allevamento, agricoltura). Dato che chi abita nelle zone suburbane per la maggior parte ha uno stile di vita urbanizzato più che rurale, la mia domanda allora è: perchè se voglio avere tutte le comodità della città vado a vivere in un posto che è ai margini della città e dove la mia privacy è rispettata tanto quanto in città ?
L'assenza di servizi e di spazio pubblico rende asettico questo paesaggio, dunque sorge una seconda domanda: privilegiamo l'idea di abitare o l'abitare vero e proprio ?
Nel senso: "Sono a metà strada tra la campagna e la città mi sembra di viverci bene, anche se comunque per muovermi dipendo dalla macchina e per prendermi la mia indipendenza devo erigere delle siepi tipo muri verdi e oltretutto se il mio vicino che abita a dieci metri da me invade il mio territorio sono pronto a denunciarlo."
L'idea di densificazione è: se quei dieci metri tra casa "mia" e casa "sua" venissero azzerati e se componessimo le unità abitative creando dei vuoti, dei percorsi e dei giardini senza dubbio vivremmo in un ambiente più interessante; pisteciclabili, parchi e piazze farebbero da contesto e lo spazio pubblico diventerebbe fondamentale. Per dare l'idea di indipendenza bisognerebbe ricorrere comunque a escamotage progettuali e probabilmente  non si riuscirebbe a soddisfare il mito della villa isolata in collina. Però si raggiungerebbe un miglior compromesso tra zona suburbana e sostenibilità ambientale. Gli scenari allora cambierebbero radicalmente e anche l'idea di centro commerciale andrebbe a sfumare inglobandosi nell'area urbana, così si rallenterebbe l'espansione del territorio. 
Su scala urbanistica potrebbero essere sfruttati spazi di risulta ( termine che deriva dal tecnico mondo dei geometri, e sta ad indicare quella porzione di una casa che, volontariamente o involontariamente, diventa angusta ma spesso prezioso ripostiglio) e aree in degrado, lavorando in economia di spazi. L'idea di costruire riducendo lo sfruttamento del territorio e aumentando la densità, potrebbe cambiare non solo il modo di abitare, ma anche il modo di vivere.

giovedì 8 aprile 2010

Non studiate architettura

Gianni Biondillo -
METROPOLI PER PRINCIAPIANTI -
Ugo Guanda Editore, Parma, 2008 - (more inside)


Cap.1 - Non fate studiare architettura ai vostri figli

(…)È il peggior investimento che potreste fare, quindi non fatelo. Vi ritrovereste con figli frustrati, incapaci di relazionarsi col mondo del lavoro: troppo tecnici per gli artisti, troppo artisti per i tecnici, ne carne ne pesce, insomma.
Se lo fate per il prestigio, meno che meno. Non esiste categoria più bistrattata, sfottuta, derisa: dai padroni di casa, dagli imprenditori edili, dai muratori, dagli ingegneri, dai geometri. Un incubo. Vi descriveranno gli architetti come inconcludenti, con la testa sempre fra le nuvole, come arroganti, omosessuali (se maschi), galline (se femmine), artistoidi, tecnigrafoidi, incomprensibili, insensibili, ipersensibili, arredatori, con pessimo gusto, con ottimo gusto ma cari, carissimi, costosissimi.
Lo volete cosi vostro figlio? Perché fargli questa cattiveria?
Tanto ve lo dico subito, il lavoro (di architetto intendo) non lo trova. A meno che non abbiate l'infinita pazienza di vederlo leccare i piedi nello studio di qualche affermato professionista per anni. Per dodici-sedici ore al giorno: a tirare linee, a disegnare sempre e solo scale di sicurezza o pozzetti d'ispezione, e tutto gratis o per un rimborso spese ridicolo, giusto il costo dei panini e della tessera mensile del tram.
(…) E allora si smette di farsi belli di cotanto curriculum e si cerca di tutto; tutto quello che capita diventa ossigeno: e si passa per studi di ingegneria, con i tuoi cugini del Politecnico (…) Che ti chiedono, come al solito, dato che te lo chiedono tutti da anni: «Ma sei un architetto d'interni o di esterni? »
(…): dal cucchiaio alla città, ti avevano insegnato in facoltà. L'architetto si occupa di tutto, dal cucchiaio alla città, come si può pensare che uno si fermi agli interni ed un altro si occupi solo degli esterni? (…)
Lo volete così vostro figlio?
Alle cinque del mattino, in fila fuori dal catasto urbano, (…) (li riconosci subito al catasto, gli architetti: sono quelli che leggono i libri. Gli altri, giustamente, se ne fottono: al massimo hanno «La Gazzetta dello Sport» sotto braccio). E FAI PENA. INUTILE GIRARCI ATTORNO: FAI PENA. (…)
Ma basta, insomma. BASTA! C'è da fare una lottizzazione selvaggia? Eccomi. C'è da demolire una cascina (le tue amate cascine che avresti rilevato mattone dopo mattone con una cura maniacale, per poterle conservare a futura memoria) per farci un ipermercato? Ci penso io. C'è una variante in corso d'opera da fare per mascherare un abuso edilizio? Dove si firma?
Stile? Linguaggio? Analisi urbana? Lettura del territorio? Qualità progettuale? Ecocompatibilità? Rispetto della memoria? Innovazione? Andatevene tutti a fare in culo!
Vivo in Italia, nel paese col più alto numero di laureati in architettura d'Europa e col più basso numero di opere edili progettate da architetti, ed ho una vita sola.
Voglio sposarmi, avere dei figli, non posso aspettare per tutta la vita. Il mio diploma di laurea è appeso nel cesso. Eccomi, Italia. Fa' di me quello che vuoi.
È questo, vi chiedo, quello che volete per il futuro dei vostri figli?
(…) lessi un'intervista a Vittorio Gregotti su un quotidiano nazionale. Il giornalista ad un certo punto chiese un consiglio da dare ai giovani che si accingevano ad iscriversi ad architettura. Gregotti rispose, lapidario: « Consiglio loro di scegliersi genitori ricchi ».
E io, figlio di morti di fame, come trovai arroganti quelle parole. Io, figlio di semianalfabeti, che rabbia furiosa mi montò nei confronti di quel trombone accademico. (…) Povero illuso, quanto mi sbagliavo. Perché Gregotti aveva ragione. (…) Fare architettura, in Italia, è innanzitutto un privilegio di casta. (…)
Altrimenti come mi spiego che di tutti i miei compagni di corso quelli che hanno iniziato a lavorare subito, appena laureati, erano (e sono) figli di industriali, ambasciatori, manager, avvocati e, ovviamente, stimati architetti? Ottime persone, alcune di grandi qualità intellettuali e progettuali, ma loro, appena appeso il diploma di laurea alla parete dello studio nuovo nuovo, hanno progettato le fabbriche per lo zio, o la villa al lago per la nonna. Loro, da ragazzini, andavano nel liceo giusto, e i loro compagni di classe nel frattempo sono diventati chirurghi, avvocati, dentisti, politici, manager. Cioè i loro naturali clienti. (…)
Insomma, non ostante tutto insistete? Davvero volete iscrivere i vostri virgulti in quelle bolgie dantesche che sono le facoltà di architettura italiane? Sì?
Be', allora fatelo. Fatelo davvero. (…) Perché è l'ultima disciplina ancora perfettamente rinascimentale, dove tutto rimanda ad un tutto. Di quelli che si laureano nessuno o pochissimi faranno la professione, ma tutti sapranno trovarlo un lavoro, qualunque lavoro. (…) E non solo. L'altro grande dono che ti da è lo sguardo. (…) Questo ti da lo studio dell'architettura.
Quindi, massì, mandatelo pure vostro figlio a studiare architettura. Fatelo. Impegnatevi a pagare le tasse, il posto letto a costo proibitivo se abitate fuori sede, le copie, le fotocopie, i libri, i programmi di CAD, le attrezzature, tutto. Fatelo laureare.
Poi però mandatelo subito all'estero. Che qui non c'è speranza.